Disuguaglianze territoriali nell’accesso alle mense ed ai servizi per il tempo pieno, povertà educativa e dilagare dei social anche tra i giovanissimi impongono la necessità di fare scelte radicali sul futuro della scuola in Italia
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Un mese fa, le prime pagine dei quotidiani italiani hanno riservato una grande attenzione alle proposte di riforma della Scuola presentate dal ministro Valditara. Su alcune di tali proposte ( in particolare il latino già alle medie e lo studio della Bibbia) si è aperta una vasta discussione tra addetti ai lavori e non, con editoriali e prese di posizione che hanno fatto sperare che finalmente si potesse avviare una seria riflessione sul ruolo della scuola, in particolare di quella che una volta chiamavamo elementare e media. Una riflessione quanto mai urgente in quest’epoca dominata dalla bolla virtuale che risucchia anche ragazzini nel vortice degli smartphone, dei video brevi e di Tik-Tok.
Niente di tutto questo è accaduto, anche perché il dibattito pubblico è stato ben presto monopolizzato dallo sconquassamento degli scenari internazionali creato dall’avvento di Trump e, per quanto riguarda le vicende italiane, dal perenne scontro con la magistratura, acuitosi dopo il mancato arresto del torturatore libico Almasri e, più recentemente, la condanna in primo grado del sottosegretario alla giustizia Delmastro.
Così sono tornate in secondo piano tutta una serie di questioni vitali per il nostro Paese (dai bassi salari alla sanità alla scuola), di cui si parla solo quando accadono episodi gravi di cronaca nera, come le aggressioni a medici, infermieri e insegnanti.

Neanche con il PNNR si saneranno gli squilibri
A riprendere la discussione su un tema così vitale per il futuro del Paese non è bastata nemmeno la pubblicazione del rapporto del CRC (Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza), che ha messo a nudo – tra le altre cose – i ritardi e le profonde diseguaglianze territoriali esistenti nella scuola dell’obbligo.
Una situazione che non sarà riequilibrata neanche dagli interventi programmati con il PNNR, visto che ,come evidenziato da Save the Children all’inizio dell’anno scolastico,
“Poco più di un bambino su due della scuola statale primaria ha accesso alla mensa (55,2%) e solo il 10,5% nella secondaria di primo grado, con profonde differenze territoriali. Infatti, se nelle regioni del Centro e del Nord si concentrano le province con oltre il 50% di accesso al servizio da parte degli alunni della scuola primaria e secondaria di primo grado, gran parte delle province del Sud sono sotto la media nazionale (che è del 36,9%, considerando sia scuole primarie che secondarie di primo grado)”.

Percentuali così basse di utilizzo della mensa (sebbene ci siano alcune realtà virtuose con punte del 70% e oltre, come Biella e Monza e della Brianza, per non parlare del 91,3% della Provincia Autonoma di Trento), stanno ad indicare che oltre il 50% degli alunni delle elementari e medie al Nord ed oltre il 70% al Sud non usufruiscono della scuola a tempo pieno.
Davanti a questi dati, la discussione sul latino e sulla Bibbia come libro di studio obbligatorio appare francamente ben poca cosa rispetto alla crisi educativa che, specialmente a causa degli anni del Covid ed anche come conseguenza dell’invasività di social compulsivi come TikTok, rischia di travolgere definitivamente famiglie e ragazzi.
Per dirla in bersanese ( da Luigi Bersani, esponente politico famoso per le sue metafore), “C’è una mucca nel corridoio” – la povertà educativa – e noi non la vediamo!
Un minore è soggetto a povertà educativa quando il suo diritto ad apprendere, formarsi, sviluppare capacità e competenze, coltivare le proprie aspirazioni e talenti è privato o compromesso. Non si tratta quindi di una lesione del solo diritto allo studio, ma della mancanza di opportunità educative a tutto campo: da quelle connesse con la fruizione culturale al diritto al gioco e alle attività sportive. Ridotte opportunità che incidono negativamente sulla crescita del minore. (citazione da Openpolis)

Qualche domanda
Facciamoci una prima domanda: quante sono le famiglie in grado di garantire ai propri figli che frequentano la scuola elementare e media un adeguato supporto per i compiti, la pratica due/tre volte a settimana di un’attività sportiva, la partecipazione ad attività artistico/culturali, la frequentazione di gruppi con finalità educativo/socializzanti? Poche in realtà, perché queste attività possono permettersele solo le famiglie benestanti, visto che – a differenza del passato – ormai anche lo svolgimento di attività ludico/ricreative/sportive richiede un impegno economico non alla portata di tutti.
E poi facciamoci un’altra domanda: visto che moltissimi bambini anche delle elementari hanno in mano uno smartphone dove scrollano a volontà video brevi e menate varie, qual è il danno cognitivo che, chi non partecipa alle attività extra scolastiche di cui sopra subisce rispetto ai compagni che invece vi partecipano? Secondo gli esperti e pedagogisti che hanno lanciato l’appello “Stop smartphone e social sotto i 14 e 16 anni” prima dei 14-15 anni, il cervello emotivo dei minori è molto vulnerabile all’ingaggio dei social media e dei videogiochi. Ne consegue che più un ragazzino sta attaccato allo smartphone e più rischia relativamente alle sue capacità di sviluppo cognitivo e relazionale. C’è ormai una vasta letteratura scientifica che ha evidenziato la correlazione tra l’uso compulsivo dei Social Media e l’insorgenza di problemi come l’ansia, la depressione, la bassa autostima, l’insicurezza.

La scuola luogo primario di formazione ed educazione
La povertà educativa è strettamente connessa a due fattori: le disuguaglianze economiche e le disuguaglianze culturali della famiglia di provenienza.
Ecco che per combattere seriamente disuguaglianze e povertà educativa occorre generalizzare il tempo pieno di 40 ore in tutta la scuola dell’obbligo.
Un tempo pieno senza compiti a casa, perché i compiti si fanno a scuola, dove devono svolgersi anche le attività sportive e quelle integrative.
Un tempo pieno che permetterebbe ai minori di passare gran parte della giornata relazionandosi con i propri pari, con compagni più grandi e più piccoli, e con gli adulti (insegnanti, tutor, personale scolastico, ecc.). Insomma, giornate ricche di stimoli e interazione autentiche con il mondo reale, lontano dalle tossiche realtà virtuali dei social.
In conclusione, la crisi educativa e lo strapotere della tecnologia richiedono che la scuola si riappropri della funzione di luogo primario della formazione e dell’educazione alla cittadinanza responsabile.
Bisogna arrendersi all’evidenza: le famiglie non ce la fanno, non hanno né il tempo, né le conoscenze, né le capacità per gestire le conseguenze dell’invasione tecnologica nella nostra vita, compresa la capacità di fare da filtro alla massa enorme di bugie, false informazioni e violenza verbale che dalla rete quotidianamente inonda le nostre esistenze.
La scuola, allora, anche come nuova frontiera per coltivare la coscienza critica, facendo acquisire ai ragazzi le conoscenze e le competenze indispensabili per affrontare il mondo degli adulti, competenze e conoscenze che in molte famiglie non trovano (e non per colpa dei genitori, bensì per situazioni oggettive) e che certamente non sono reperibili sui social.
Il dibattito sulla scuola dovrebbe partire da qui, dalla necessità di ampliare il tempo- scuola per tutti.
E qui ci riferiamo alla scuola così com’è oggi, perché, per dirla con i ragazzi di Barbiana, “La scuola è sempre meglio della merda”, ed oggi i social, per i minori, sono quella cosa lì.
Già questo- il tempo pieno per tutti- sarebbe un’impresa titanica in termini di investimenti per adeguare le strutture, aumentare gli stipendi degli insegnanti, investire sulla loro formazione continua.
Poi ci sarà tempo e modo affinché gli addetti ai lavori e gli esperti decidano quali testi e quali materie inserire o togliere, e magari anche le misure utili a ridurre l’invadenza delle famiglie, che ha finito con il condizionare e limitare il ruolo fondamentale degli insegnanti.